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Venerdì 12 luglio nel Museo Paparella Treccia di Pescara viene inaugurata la mostra di pittura “Pasquale Celommi. I colori della luce”, dedicata al maestro rosetano vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Venerdì 12 luglio nel Museo Paparella Treccia di Pescara viene inaugurata una mostra di pittura dedicata a un grande artista abruzzese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, il maestro rosetano Pasquale Celommi (Montepagano, 6 gennaio 1851 – Roseto degli Abruzzi, 9 agosto 1928).

La mostra, dal titolo “Pasquale Celommi. I colori della luce”, è a cura della critica e storica dell’arte Paola Di Felice, per un trentennio direttrice del Polo museale di Teramo, grande esperta dell’opera dell’artista.

Pasquale Celommi, nato nel 1851, lo stesso anno di Francesco Paolo Michetti, con il quale ha intrattenuto rapporti di profonda amicizia e stima, è stato definito dallo stesso maestro francavillese “il pittore della luce”. E infatti le sue marine e i suoi paesaggi agresti, e in genere tutta la sua opera, si distinguono per la ricchezza della luminosità.

Celommi fu un giovane allievo dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, al contrario di altri artisti abruzzesi come Michetti, i fratelli Palizzi, Patini e altri, che si formarono invece nell’Accademia napoletana. Eppure le fonti di ispirazione di Celommi, come dei suoi colleghi, risultano le medesime, riconducibili nel Verismo abruzzese: scene agresti, marine, spaccati di vita quotidiana, descrizioni del lavoro della nostra gente.

 

Sono esposte 28 opere, anche di grandi dimensioni, che ricomprendono tutti i temi tipici della sua attività pittorica.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 agosto dalle 17.30 sino alle 23.30 e, dal 1° settembre, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. Lunedì chiuso.

«Nasce Pasquale Celommi, il 5 gennaio 1851, come desume dall’attenta analisi dei dati anagrafici Cosimo Savastano, da Ilario Isaia Celommi, calzolaio, e Marina De Berardinis, artigiana. Qui Pasquale vive la sua primissima infanzia. Ascolta lo stormire degli uccelli tra gli alberi fronzuti; vede il sole sorgere luminoso sino ad inondare i campi con la sua luce zenitale e colpire, al tramonto, l’orizzonte lontano, inondandolo di bagliori rosati; osserva il verdeggiare delle distese campestri; l’ondeggiare del grano maturo nelle campagne assolate; il rutilante spettacolo delle donne al mercato, dignitose novelle Madonne in cenci. Qui respira i profumi delle stagioni, ascolta i gioiosi canti della comunità al lavoro; spia i felici abbandoni di coppie innamorate; assiste alle danze festanti di giovani donne al ritmico suono del tamburello; partecipa, stupito e per certi versi stupefatto, al rito tradizionale del matrimonio tra una folla festante, dimentica, in quel giorno di festa, della opprimente povertà del quotidiano.

È qui, forse, che il giovanissimo Pasquale, percepisce la somma di colori, odori, forme, esaltate dalla luce. Da una luce che, emigrato a Firenze, allievo dell’Istituto di Belle Arti della città, rimarrà nei suoi occhi, nella sua anima, nella sua memoria, resa fervida dalla sua esperienza fiorentina, allievo di quel Ciseri, grande maestro e valente suo traghettatore  nel mondo delle fantasie macchiaiole, tra voci “en plein air” e “macchie” di colore». (Dal saggio critico in catalogo della curatrice Paola Di Felice)

 

«L’osservazione delle opere di Celommi induce a ritenerle, molto spesso, ricche di luminosità, tanto che lo stesso Michetti lo ha definito “il pittore della luce”: da qui il titolo della nostra esposizione I colori della luce; a riguardo è significativo riportare una espressione del Maestro francavillese il quale, di fronte alle luminose marine celommiane, ha esclamato “Insuperabili!”.

L’opera di Pasquale Celommi non è mai solo descrittiva dei paesaggi marini e agresti, ma anche caratterizzata dalla narrazione degli spaccati di vita quotidiana e del lavoro della nostra gente e, per questo, inquadrata nel verismo abruzzese.

La Fondazione Paparella ha scelto di riportare al centro della propria attività espositiva la sua opera perché è uno di quei rari artisti non solo osannato dalla critica d’arte, ma molto amato dal pubblico più eterogeneo per aver avuto la grande capacità di ritrarre il vero nella sua accezione estetica più lieta e godibile. Ricordiamo, a tale proposito, l’aforisma del professor Paparella Treccia, il quale diceva “Quel che è bello è vero, e viceversa”. 

A tale proposito basti considerare la “verità bella” dei dipinti presenti in mostra quali Saluto all’Aurora, La sciabica, Il ciabattino, La pescivendola e di altri». (Dalla presentazione in catalogo di Augusto Di Luziopresidente della Fondazione Paparella e Devlet)

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