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In competizione anche tre registi abruzzesi alla 66esima edizione dei Premi David di Donatello.

Si sono chiuse oggi le votazioni dei giurati dell’Accademia del cinema italiano per individuare le cinquine finaliste alla 66esima edizione dei Premi David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano.

 

In competizione anche tre registi abruzzesi.

 

Nell’affollata sezione dei lungometraggi di fiction, ammessi alla rosa di 147 candidati ci sono “Gli anni amari”, il film dell’autore aquilano Andrea Adriatico sullo scrittore e attivista gay Mario Mieli, e “La porta sul buio” del regista e attore teramano Marco Cassini.

 

Nella più ristretta rosa, appena dieci, della sezione documentari sono in gara Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, pescarese lui e milanese lei, col loro “Guerra e Pace”. Presentato all’ultima Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, il film della coppia D’Anolfi e Parenti è stato selezionato dalla giuria per il David 2021 insieme ad altri titoli forti, a partire da “Mi chiamo Francesco Totti” di Alex Infascelli, “Notturno” di Gianfranco Rosi, “The Rossellinis” di Alessandro Rossellini, e “Il caso Braibanti” di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, “Entierro” di Maura Morales Bergmann, “Faith” di Valentina Pedicini, morta 42enne a novembre, “Pino” di Walter Fasano, “Punta Sacra” di Francesca Mazzoleni, “Welcome Palermo” di Masbedo (gli artisti Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni).

«Questa selezione nasce dalla visione di 150 opere, quasi una cinquantina in più dello scorso anno, a conferma della estrema vivacità della forma documentaria che cresce in quantità ma soprattutto in qualità», hanno dichiarato i membri della commissione selezionatrice (Guido Albonetti, Pedro Armocida, Osvaldo Bargero, Raffaella Giancristofaro, Stefania Ippoliti, Paola Jacobbi, Giacomo Ravesi).

I dieci docmovie sono stati sottoposti dalla commissione al voto della giuria dell’Accademia del cinema italiano per individuare la cinquina di candidati al David per il migliore documentario, premio da questa edizione intitolato alla cineasta e fotografa Cecilia Mangini, pioniera in Italia del cinema non fiction, tesrtimone delle lotte sociali e dei cambiamenti antropologici, morta a 93 anni il 21 gennaio scorso.

Prodotto da Montmorency Film, Rai Cinema, Lomotion, distribuito da Istituto Luce, “Guerra e Pace” (durata 128 minuti) è un viaggio in quattro parti per riflettere sulla violenza che ha attraversato il Novecento e oltre, e su come l’immagine diventi tramite per il racconto di questa violenza. Nel loro film Massimo D’Anolfi e Martina Parenti ragionano sull’ultracentenaria relazione tra cinema e guerra, dal loro primo incontro nel 1911 in occasione dell’invasione italiana in Libia fino ai giorni nostri, dalle immagini filmate dai pionieri del cinema alle odierne riprese con gli smartphone. Come in un romanzo in quattro capitoli – passato remoto, passato prossimo, presente, futuro – “Guerra e pace”, spiegano gli autori, «prova a ricomporre i frammenti della memoria visiva dai primi del Novecento a oggi e mette in scena la moltiplicazione delle visioni che, come un costante rumore di fondo, accompagnano le nostre attuali esistenze. Quattro importanti istituzioni europee ospitano la narrazione del nostro film e ne costituiscono la solida impalcatura spazio-temporale. “Guerra e pace” si interroga sulle conseguenze della guerra, sul senso della storia e della conservazione della memoria».

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