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Pubblicato il saggio dello studioso teramano Fernando Filipponi “Souvenir d’Arcadia. Ispirazione letteraria, classicismo e nuovi modelli per le arti decorative alla corte di Clemente XI

Sui libri di scuola all’Arcadia sono dedicate giusto due righe, che liquidano il movimento di rinnovamento delle arti proposto dall’Accademia romana come un cenacolo lezioso e convenzionale. Acquista perciò particolare valore il saggio dello studioso teramano Fernando Filipponi “Souvenir d’Arcadia. Ispirazione letteraria, classicismo e nuovi modelli per le arti decorative alla corte di Clemente XI”, pubblicato dalla casa editrice torinese Umberto Allemandi (191 pagine 36 euro).

 

Il volume accende i riflettori sulla committenza legata alla nascita e sviluppo a Roma dell’Accademia dell’Arcadia nel 1690, in particolare su quella “linea di lusso” di oggetti d’arte e d’arredo che vide il castellano Carlo Antonio Grue (1655-1723) tra gli artisti più richiesti, creatore di maioliche preziose per le residenze dell’aristocrazia arcadica, riallestite seguendo i nuovi canoni estetici di ritorno all’equilibrio classico dopo le vertigini barocche.

Fernando Filipponi, specialista delle arti decorative, vive e lavora a Parigi dove è ricercatore all’Université Paris Nanterre e collabora col dipartimento di Objets d’art del museo del Louvre. In precedenza è stato ricercatore all’università di Bologna, dove si è laureato in Lettere moderne, e alla Fondation des Sciences du Patrimoine di Parigi.

 

Nel 2015 ha pubblicato la corposa ed elegante monografia “Aurelio Anselmo Grue. La maiolica nel Settecento fra Castelli e Atri” (Verdone Editore), su un’altra personalità della celebrata e secolare dinastia di ceramisti castellani.

 

Con “Souvenir d’Arcadia” Filipponi esamina le vicende artistiche tra Sei e Settecento dalla prospettiva delle arti decorative e della maiolica, considerate arti minori, precisando aspetti inediti della cultura visiva del tempo e dei suoi protagonisti. Inoltre, sottolinea il ruolo del papa Clemente XI, principale sponsor dell’Arcadia, nel lancio internazionale della maiolica di Castelli.

 

Nel libro viene ribadito, infatti, il rapporto di vecchia data fra Roma e i ceramisti di Castelli, passando per la trama di relazioni sociali costruite grazie a personaggi come i duchi d’Acquaviva di Atri, in particolare Giovanni Girolamo, tra i primi ad affiliarsi all’Accademia col nome pastorale di Idalmo Trigonio. La manifattura Grue era il fiore all’occhiello del ducato, scrive Filipponi, e, per tramite di Giovanni Girolamo, Carlo Antonio Grue entrò in contatto con «la vasta comunità di idee, di artisti e di committenti che orbitavano attorno all’Accademia dell’Arcadia». Tra gli artisti Francesco Solimena, maestro della scuola napoletana, col quale ebbe uno scambio di progetti e materiali. Grazie a questi contatti Carlo Antonio intercettò una committenza di alto rango per cui creò lussuosi piatti, vasi, chicchere e altri oggetti.

 

Scrive Filipponi: «Per le élite aristocratiche riunite attorno al mito pastorale di un’età dell’oro serena, morale ed equilibrata, il maiolicaro rinnova le sue produzioni e mette a punto una linea originalissima, creata ad hoc per questo mercato di nicchia», inventando un nuovo istoriato, espressione nelle sue maioliche del moderno classicismo arcadico. Grue sapeva accendere la maiolica di una luce splendente e «questa tecnica lo rese famoso e ne fece un maestro di prim’ordine sulla scena artistica italiana. Alla sua fama contribuì pure l’innovativo repertorio di soggetti e di motivi decorativi, che piazzava l’artista su una linea d’avanguardia».

 

Come riporta l’autore, nel romanzo del 1708 “L’Arcadia” di Giovanni Mario Crescimbeni, manifesto del pensiero dell’Accademia, in occasione di una cena di gala in casa di Nitilo Geresteo (pseudonimo di Leone Strozzi), vengono descritte fra le porcellane italiane quelle fabbricate in Atri come superiori alle altre, opera di un «Artefice veramente insigne, e di perfettissimo gusto», tanto che alle ninfe sue ospiti Nitilo offre alcune «delle sue preziose porcellane da prender cioccolatte», un dono ricordo della loro visita. Un souvenir d’Arcadia.

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